Arthur Rimbaud a 17 anni, nel 1871

Arthur Rimbaud portò a termine Una Stagione all’Inferno, probabilmente la sua opera più conosciuta e rappresentativa, nell’estate del 1873, in seguito all’ “incidente di Bruxelles”. Con questa espressione si fa riferimento al momento più drammatico della sua travagliata relazione con il poeta Paul Verlaine, iniziata nel 1871, quando Rimbaud aveva 17 anni: il suo amante, dieci anni più vecchio, aveva abbandonato la moglie e i figli per seguirlo a Londra. I due alternavano momenti di idillio romantico a litigi sempre più violenti, causati soprattutto dal carattere intransigente di Rimbaud e dall’insicurezza di Verlaine, che era divorato dal senso di colpa verso la famiglia.
Il 3 luglio Verlaine, senza alcun preavviso, abbandonò Rimbaud a Londra per andare a Bruxelles, dove aveva organizzato un incontro con la moglie nella speranza di riappacificarsi. Non andò bene e, anzi, fu raggiunto dal giovane amante nella città belga, non è chiaro se di sua spontanea iniziativa o sollecitato dallo stesso Verlaine. In meno di due giorni la situazione precipitò e Rimbaud prese la decisione irrevocabile di lasciare Verlaine e tornare da solo a Parigi, facendo andare l’amante fuori controllo. Questi prese una pistola e sparò due colpi in direzione del suo giovane compagno, che restò ferito a un polso. L’episodio costò a Verlaine due anni di carcere, più per le accuse di sodomia e per le amicizie comunarde che non per il fatto in sé, mentre Rimbaud tornò nella casa di famiglia nelle Ardenne. Una Stagione all’Inferno fu stampata nell’ottobre di quell’anno.

Il poeta francese Paul Verlaine

Dalla corrispondenza che Rimbaud teneva con amici e altri artisti, sappiamo che aveva già iniziato la stesura del suo poema in prosa prima dell’incidente di Bruxelles, ma è innegabile che l’episodio abbia avuto un’influenza determinante sullo sviluppo dell’opera. Anzi, si può dire che quel colpo di pistola abbia impresso un’accelerazione imprevista a temi che già affollavano la mente del giovane poeta. L’irruzione, anche violenta, della realtà nella poesia è uno dei concetti più importanti che sostengono la lirica di Rimbaud e proprio con Une saison en enfer inizia un percorso (poi terminato con Illuminations) col quale supera il parnassianesimo e, in un certo senso, lo stesso simbolismo.
Del resto, la vita di Arthur Rimbaud era stata molto diversa da quella dei poeti che l’avevano preceduto: nato in una famiglia di bassa estrazione sociale, nelle Ardenne, lontano dal cuore pulsante dell’arte che era Parigi, gli era comunque stato concesso di studiare. Si era subito distinto come un enfant prodige: a soli 15 anni componeva poemetti in latino in esametri perfetti, che lasciavano di stucco gli insegnanti. Era letteralmente avido di letteratura e cultura, fuggiva spesso da Roche, la cittadina dove viveva con la madre e i fratelli, per viaggiare in città: il mondo stesso gli stava stretto. Ma quella era un’epoca pericolosa per salire e scendere dai treni e a soli 16 anni Rimbaud aveva già assistito alla guerra franco-prussiana, alla disfatta di Napoleone III, alla Comune di Parigi e al suo successivo scioglimento. La Storia irrompeva continuamente nel suo privato.

Il poeta francese Charles Baudelaire

Quando, nel 1871, in seguito a uno scambio epistolare, conobbe Verlaine e fu introdotto al circolo della poesia parigina, quel diciassettenne aveva già più esperienza del mondo di quei 30-40enni che avrebbero dovuto essere i suoi mentori. Ovvio che a lui sembrassero ridicoli borghesi con l’hobby della letteratura e non artisti: ben presto il suo carattere tagliente prese il sopravvento sul suo indiscusso talento e si trovò emarginato. La torbida storia d’amore con Verlaine restò l’unico punto di contatto con un mondo di letterati che in fondo disprezzava, così come arrivò a disprezzare lo stesso amante per la sua insicurezza.
Rimbaud aveva già compreso che i parnassiani avevano fatto il loro tempo e che Baudelaire, la cui poesia comunque amava, andava superato. La lirica francese aveva bisogno di essere riscritta da zero, al punto che probabilmente era necessario un nuovo linguaggio che la portasse giù dal Parnaso per far filtrare il concreto in quel mondo dell’Idéal. Una stagione all’inferno è la cronaca di questa ricerca, per non dire che è essa stessa parte integrante di questo viaggio.
Poema complesso, criptico, che alterna suggestioni liriche a feroci poemetti sarcastici, Une saison en enfer è stato interpretato in molti modi, alcuni dei quali si contraddicono a vicenda. Di certo, è stata smontata la tesi (fortemente sotenuta dalla sorella di Rimbaud dopo la morte del poeta) che si tratti della cronaca di una crisi religiosa: nel poema, l’artista rigetta il cristianesimo con violenza, e con lui tutta la cultura Occidentale in cui affonda le radici.

Ritratto del filosofo e scrittore svizzero Jean-Jacques Rousseau

Lo si capisce già dalla prima parte, Sangue Cattivo, in cui Rimbaud esalta la purezza di spirito degli antenati celti e germanici, oltre che dei “negri” prelevati a forza dalle colonie, riprendendo il mito del “buon selvaggio” di Rousseau. Vi è la ricerca di un rapporto con la natura e la realtà incontaminato dal senso di colpa e di peccato del cristianesimo, dai suoi dogmi e dalla sua proiezione della vita verso un “altrove” che era inconcepibile, per non dire ridicolo, agli occhi di Rimbaud non solo come artista, ma come uomo.
A questo si aggiunge un’apologia del vagabondaggio, della mancanza di legami. Qui però nascono i primi problemi, che stanno anche alla base della scelta del titolo: per abbandonare l’Occidente, devi attraversare l’Occidente, così come non puoi reinventare il linguaggio lirico senza utilizzare quello precedente. L’artista si rende conto di essere alle prese con una ribellione verso un sistema che è però tutto quello che lo circonda e la base dei suoi stessi strumenti: per uscire dall’Inferno, lo devi attraversare per tutta la sua lunghezza. Da qui, il dolore, la frustrazione, quel riso sarcastico che è però anche il riso isterico di chi si trova sul ciglio della follia. Tutto questo emergerà con potenza nella parte dal titolo Notte d’Inferno, dove Rimbaud tenta lo strappo con la forma mentis occidentale attraverso le droghe: non funzionerà. “Credo di essere all’inferno, quindi ci sono” dice Rimbaud. Il primato della mente sul reale, il radicamento di dogmi inestirpabili nel subsconoscio, segnano il fallimento di questa via.

Schizzo di Regamey che ritrae Verlaine (sinistra) e Rimbaud (destra) a Londra

Seguono i Deliri. Il primo, Vergine Folle, è una satira spietata sull’amante Paul Verlaine, descritto come una donnetta insicura e borghese, incapace di scegliere tra i tradizionali valori cristiani e la passione irrefrenabile per un amante descritto come bestiale e demoniaco. Anche in questo caso, l’accettazione (anche inconscia) della retorica religiosa è alla base dello smarrimento di questa “vergine” e della sensazione di ridicolo che suscita nel lettore.
Ma è nella parte successiva, Alchimia del Verbo, che Una Stagione all’Inferno entra nella sua parte più brillante. Considerato da molti studiosi uno dei punti più alti della letteratura lirica francese, questa frazione della Saison è un vertiginoso resoconto del tentativo di Rimbaud di superare il parnassianesimo, Baudelaire e in definitiva sé stesso, al punto che si auto-cita in più riprese. Si tratta di un breve ma profondo viaggio poetico, ricco di suggestioni e sperimentazioni sulla parola e sulla fonetica, che, pur concludendosi con un fallimento per stessa ammissione del poeta, non ha paragoni nella lirica del XIX° secolo. Nessuno, all’interno o all’esterno del simbolismo, riuscì a raggiungere questo grado di intensità e intelligenza letteraria: Rimbaud fa ampio uso, in questa parte, della sinestesia, come già i suoi predecessori, ma sono le nuove invenzioni a lasciare di stucco.

Lettera scritta da Verlaine che contiene un ritratto caricaturale di Rimbaud

Vi sono parti in cui il poeta procede per polisemia associativa, superando in un certo qual modo la pagina e la fonetica, per puntare dritto al linguaggio che si parla nell’inconscio del lettore. Basti guardare alla precisione e perspicacia di un verso come questo: “Oh! le moucheron enivré a la pissotiére de l’auberge, amourez de la bourrache, et que dissout un rayon!” (Oh! Il moscerino inebriato al pisciatoio della locanda, innamorato della borraggine, e che un raggio dissolve!). In una breve frase, Rimbaud concentra elementi semantici di poesia “alta” (ebbrezza, locanda, amore, raggio), ma li avvilisce progressivamente, prima insidiandoli col “moscerino”, poi umiliandoli col “pisciatoio”; infine, li “dissolve” in questo degrado. La bellezza decadente di un verso del genere, il disorientamento che creano nel lettore e l’assonanza e musicalità dell’originale in francese richiedono un’intelligenza poetica che molti colleghi più anziani di Rimbaud non raggiunsero mai.
Il poema prosegue da lì in poi con L‘Impossibile, che mette sul banco degli imputati la filosofia e la scienza, ritenuti insufficienti per penetrare i misteri dell’animo umano, per poi prendere di nuovo di mira il cristianesimo nel breve L’Eclair (Il Lampo). Una Stagione all’Inferno si conclude con due brani intitolati  Matin e Adieu, dove al mito del buon selvaggio incontaminato viene aggiunto, quasi associato, il ricordo nostalgico di un’infanzia libero dai dogmi della religione, comunque già in agguato. Ma le fiammate liriche dell’Alchimia del Verbo sembrano già lontane e il poeta quasi confessa di soffrire di una sorta di “afasia metafisica”, come la descrive Gianni Nicoletti, che non gli consente di esprimere attraverso il linguaggio, che non è riuscito a superare, la condizione dell’essere umano nella sua completezza.

Foto (non datata) di Rimbaud ad Harar, in Abissinia

Con questi ultimi passi, che di fatto preannunciano l’esistenzialismo, Rimbaud confessa il suo fallimento al termine del suo viaggio infernale. Scrive “mi sarà lecito possedere la verità in un’anima e in un corpo”: l’uso del tempo futuro un obiettivo che non è stato raggiunto del tutto. Ma la “realtà rugosa” ha fatto la sua irruzione nella poesia e questa è la prima vittoria di Rimbaud (aveva ragione: dopo quest’opera il simbolismo non sarà più lo stesso), anche se in completa solitudine (“Nemmeno una mano amica!”). Riuscirà a completare il suo ragionamento letterario nelle Illuminazioni, altro straordinario poema in prosa. Composte tra il 1872 e il 1874, ma pubblicate solo nel 1886, sono il lascito di Rimbaud, che poi si ritirerà per sempre dal mondo letterario, perseguendo una vita da trafficante d’armi in Africa. Perché un genio di questa portata abbia sentito la necessità di chiudersi nel silenzio a soli 20 anni, non lo sapremo mai. E, forse, non sapremo mai davvero cosa abbia cercato di dirci nei passi più oscuri della sua sconvolgente, bellissima poesia.

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