“Baudelaire era costretto a pretendere la dignità di poeta in una società che non aveva più da assegnare dignità di sorta”.
Walter Benjamin

 

Il poeta francese Charles Baudelaire

Quando, nel 1857, Charles Baudelaire mandò in stampa I Fiori del Male, in una tiratura molto limitata (1300 copie), il pubblico lo accolse come scandaloso e sacrilego, mentre la critica lo giudicò freddamente, ritenendolo un maldestro tentativo di distaccarsi dal romanticismo, da parte di un esordiente un po’ troppo incline alla provocazione. L’autorità giudiziaria finì per accusare il poeta e gli editori di oltraggio alla morale pubblica e religiosa: furono multati e il libro ritirato. Les Fleurs tornarono in stampa nel 1861, con la rimozione delle sei poesie finite nel mirino della censura, ma con l’aggiunta di altre trentacinque liriche che Baudelaire scrisse per l’occasione.
Solo i grandi artisti dell’epoca si accorsero di avere per le mani un’opera di poesia dirompente. Gustave Flaubert, pur commettendo un errore di valutazione, ammise che Baudelaire aveva reinventato e dato nuovo slancio al romanticismo, mentre i giovani poeti Mallarmé e Verlaine ne rimasero entusiasti e furono profondamente influenzati dai Fleurs nelle loro opere successive. In realtà, Baudelaire non era mai stato un romantico: aveva creato qualcosa di nuovo, aveva acceso la scintilla del simbolismo, una corrente che avrebbe infiammato tutto il XIX° secolo francese. La sua raccolta poetica, che gettava uno sguardo obliquo sul presente, piantava i chiodi sulla bara del romanticismo e del neoclassico, di cui utilizzava il linguaggio per descriverne la sconfitta, il superamento dell’illusione che trascinava l’artista in un baratro tetro e opprimente: lo spleen.
Come Leopardi, Baudelaire trascende i generi: lo si può definire figlio del romanticismo e padre del simbolismo, ma era così all’avanguardia per il suo tempo che anticipò per certi versi l’esistenzialismo, il decadentismo e persino il modernismo, termine che coniò lui stesso. Ovviamente, non fu compreso: pur ricco di famiglia, i continui litigi con il patrigno lo costrinsero a vivere in ristrettezze economiche fino alla sua morte. La sua straordinaria opera non venne rivalutata fino all’inizio del ‘900, quando fu scoperto anche dalla filosofia e dalla filologia e i suoi Fleurs du Mal furono posti come il punto che segna l’inizio della poesia moderna.

Il frontespizio della prima edizione de I Fiori del Male, del 1857

I Fiori del Male vivono di una tensione interna che era la stessa vissuta dall’artista, che in qualche modo aveva già intuito la crisi di natura esistenziale che l’età moderna avrebbe portato all’uomo. Egli era al tempo stesso attratto e ripugnato dalla nuova realtà industriale della città: sporofondava nei suoi vizi per fuggire dallo spaventoso senso di alienazione che la metropoli gli instillava. Pur mantenendo intatto il tema romantico della nostalgia per un mondo pre-industriale, dove l’uomo e la natura fossero legati, Baudelaire rompe con le correnti precedenti spersonalizzando la sua opera. Laddove i romantici come Lamartine o Hugo componevano raccolte di liriche che scaturivano dal privato, l’autore dei Fleurs si pone in un’ottica “matematica” e “architettonica” (parole usate da lui stesso). Il percorso non è autobiografico, non è “un’ebbrezza del cuore” ma ha (sempre parole di Baudelaire) “un inizio e una fine”.
E’ innegabile che i Fleurs abbiano la forma di un viaggio che l’artista compie attraverso la realtà, che lui trova infernale e decadente, che si conclude solo con una resa alla Morte, che viene accolta quasi con sollievo e come promessa a nuove e più profonde scoperte. L’ultima, straordinaria poesia della raccolta originale si intitola appunto Il Viaggio e descrive questa parabola inesorabile con metafore e suggestioni via via più potenti, nelle quali lo slancio romantico si esaurisce, schiantandosi contro il muro del tedio.
L’opera è divisa in sei parti: la prima, la più lunga, è intitolata “Spleen et Ideal” e introduce e affronta il malessere dell’artista. Schiavo della bellezza, che vede come irraggiungibile e che più di una volta descrive come una donna glaciale, egli si ritrova incatenato a una società che disprezza per la sua mediocrità e superficialità. Da qui, l’insorgere dello spleen, cioé di un sentimento di amara malinconia e fastidio, che gli rodono l’anima come un tarlo. Questa tensione tra ricerca ossessiva dell’estetica e fuga da un mondo gretto, che non lo accetta, regge tutta la prima parte della raccolta e spinge il poeta a cercare, appunto, i “fiori del male”.

Incisione di Gustave Dorè raffigurante Satana. L’estetica del male e la fascinazione che essa esercita sull’uomo e sull’artista sono uno dei temi centrali dell’opera di Baudelaire

Secondo Baudelaire anche il Male ha i suoi fiori, le sue bellezze, una sua estetica a volte inarrivabile. Così la sua lirica passa da immagini angeliche, celestiali, auliche, a tinte molto forti e cupe, con le quali getta le mani nel fango ed estrae perle incastonate nei peggiori orrori. Fanno parte di questa nuova, visionaria estetica poesie come La Carogna, Rimorso Postumo, A una Madonna, L’irrimediabile e molte altre nelle quali viene celebrata la carne nella sua caducità, la Morte stessa nei suoi aspetti più materiali e in quelli più metaforici, il demoniaco e la blasfemia. Non è un caso che la figura retorica più utilizzata nella poesia di Baudelaire sia la sinestesia, che proprio come la stessa poetica dell’artista ha la funzione di disorientare il lettore, di trasmettere più al suo cuore e alla sua pelle che non al suo intelletto.
Questo, ovviamente, non toglie che Baudelaire avesse una formazione letteraria di prim’ordine. Si possono cogliere costantemente riferimenti alla letteratura classica, dai greci ai latini, citazioni dantesche e riferimenti alla mitologia e alle Scritture. Questo intellettuale ed esteta, però, non poteva esprimere questa sensibilità in una metropoli di metà XIX° secolo: da questo sentimento di emarginazione e incomunicabilità che il poeta sentiva verso gli altri uomini nasce una delle poesie più celebri, L’Albatro. Proprio come il maestoso uccello, l’artista si eleva sui mari e sui venti in tempesta, affronta il mondo da una prospettiva a metà tra il cielo e la terra, ma una volta intrappolato e portato al suolo, è goffo, disarticolato e vittima degli sberleffi di gente gretta, che lo disprezza. Secondo Baudelaire l’artista aveva una funzione quasi messianica, per la quale porgeva agli uomini una nuova visione del mondo filtrata dalla sua sensibilità, in modo da sovvertire una realtà asfittica: ma il suo grido non trova ascoltatori e lo stesso Baudelaire preferì ritirarsi “nel cuore della folgore”. Ancora una volta, troviamo la tensione verso la Bellezza e lo sprofondare nella frustrazione e nel tedio dello Spleen.

Veduta di un boulevard di Parigi nel 1860

La seconda parte dei Fleurs, dal titolo Quadri Parigini, descrive un nuovo tipo di ricerca estetica, ora proiettata dall’esterno dell’animo, nelle profondità della città. Ma anche qui il poeta non riesce a trovare quell’ideale di Bellezza che cerca, se non per brevissimi momenti, che si può dire vengano letteralmente dissotterati da un’età dell’oro fatta a pezzi dalla modernità. Questa sensazione viene dipinta con tratti nostalgici e suggestivi nella poesia Il Cigno, una delle liriche più belle di tutta l’opera. In parte riprendendo alcuni temi de L’Albatro, Baudelaire utilizza un richiamo omerico (Andromaca) e la descrizione di un parco semiabbandonato per far sentire la vicinanza dell’artista ai vinti, agli ultimi, agli emarginati.
Segue la terza parte, Il Vino: abbandonata ogni speranza di trovare l’Ideale all’interno o all’esterno di sé stesso, l’artista decide di sprofondare nelle illusioni dell’alcool e delle droghe. I temi qui esposti, soprattutto nella straordinaria lirica Il Vino dell’Assassino, troveranno poi compimento tre anni dopo nell’opera I Paradisi Artificiali, saggio sugli effetti delle droghe che Baudelaire scrisse nel 1860. Tuttavia, già nei Fleurs appare chiaro come quest’estasi sia, appunto, artificiale e non possa coincidere con l’Ideale, laddove bellezza e verità devono coincidere.

La Crocifissione di San Pietro di Caravaggio

Che resta a un uomo che perde anche l’illusione? Rabbia e disperazione, che presto sfociano nel cinismo, nella ricerca dell’eccesso e del piacere proibito e infine nella bestemmia, della ribellione all’ordinamento umano e divino. Entriamo così nella quarta parte, Fiori del Male, dove la fascinazione per la crudeltà e il macabro toccano il loro apice con poesie come Una Martire, Le due Buone Sorelle, ma soprattutto la straordinaria e, per certi versi, struggente, Un Viaggio a Citera. Quest’ultima lirica riassume la resa dell’artista di fronte alla caducità delle cose umane e anticipa i toni che poi troveremo al termine dell’opera.
Ma prima di arrivare al finale dobbiamo passare dalla quinta parte dei Fleurs, dal titolo Rivolta. La rivolta è contro Dio e la sua creazione: la bestemmia e il sarcasmo come strumento di emancipazione rispetto a un mondo che si riconosce come ingiusto. Di questa breve sezione, più che altro conosciuta per Le litanie di Satana, è piuttosto La rinnegazione di San Pietro la lirica più intensa e rappresentativa.

Charles Baudelaire

Con la sesta e ultima sezione, Morte, si conclude il doloroso percorso di Baudelaire alla ricerca di una pace che può trovare solo nel termine dell’Essere, per dirla in termini amletici. Il passo verso la tomba viene compiuto con decisione, con sollievo, quasi con gioia, riconoscendo la vita, questa vita qui e oggi, di gran lunga peggiore dell’alternativa. L’artista non è riuscito a trovare l’Ideale o la Bellezza in questa realtà, a volte l’ha sfiorata con un dito, ma gli è sempre sfuggita e non è mai riuscito ad afferrarla. Se fosse riuscito a saziarsene, se avesse potuto estinguere la sua sete di assoluto almeno per una volta, forse avrebbe deciso diversamente.
Ma ormai ha viaggiato, fuori e dentro di sè. Ha provato a ingannarsi, ha sperimentato ogni soluzione, anche la più ripugnante. Infine ha provato la dannazione, come a cercare l’Ideale per assenza. Nulla è servito, le sue mani sono vuote e la sua sete ancora bruciante. L’unico passo che resta da fare è quello nella cripta: stendere le vele della nave e gettarsi in un folle viaggio sul mare oltre la Morte.
Baudelaire salperà verso quelle rive il 31 agosto 1867, a Parigi. Vittima di un ictus causato dalla sifilide mentre visitava il Belgio, in assoluta povertà, venne riportato in Francia semiparalizzato. Morì a 46 anni nella casa di famiglia, che odiava, mentre i medici gli somministravano alcol e droghe per attenuare i dolori insopportabili. Nella sua ricerca lunga una vita per stringere in pugno l’Ideale, è riuscito a lasciarci un’opera che splende come un sole intriso di sangue su tutta la lirica a lui successiva. Questa la sua eredità, che ci permette di sfiorare, come ha fatto lui, il cuore gelido della Bellezza.

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