Il poeta francese Charles Baudelaire

Il Cigno è una delle poesie più belle e rappresentative della seconda parte dei Fiori del Male, intitolata Quadri Parigini. Nel “viaggio”, più spirituale che materiale, che l’artista compie all’interno dei Fleurs, i Quadri Parigini rappresentano il tentativo di Baudelaire di trovare la Bellezza, l’Idéal, all’esterno di sé stesso, perdendosi all’interno della grande città.
La traduzione qui proposta è quella di Gesualdo Bufalino.

 

Il Cigno

Penso oggi a te, Andromaca: quel così triste e vile
rivolo in cui un dì ti specchiasti commossa,
nel fulgore del tuo cordoglio vedovile,
quel falso Simoenta che il tuo piangere ingrossa,

 

Andromaca piange sul cadavere di Ettore in un quadro di Jacques-Louis David

Andromaca è una delle figure più tragiche della letteratura greca e latina. Sposa di Ettore, vide il marito morire nel duello con Achille, al culmine drammatico dell’Iliade di Omero. Il figlio nato dalla loro unione, Astianatte, fu ucciso ancora neonato da Neottolemo (figlio di Achille) su suggerimento di Ulisse, che non voleva che la stirpe di Priamo sopravvivesse per rifondare Troia. Il piccolo Astianatte fu gettato dai bastioni di Troia, sotto gli occhi impotenti della madre, durante la presa della città da parte degli Achei, che vi erano penetrati con l’inganno del Cavallo.
Baudelaire la dipinge nel momento di maggiore sconforto, mentre lascia la città. Andromaca si specchia nel Simoenta, uno dei fiumi che scorre intorno a Troia, definito “falso”, “triste” e “vile” probabilmente per la sua limpidezza in un momento così fosco della vita della donna. La donna infatti è stata fatta prigioniera da Neottolemo, lo stesso uomo che ha ucciso suo figlio e che ora l’ha presa in moglie, come trofeo di guerra, e la conduce a Ftia, in Grecia. Queste vicende non sono narrate nell’Iliade e Baudelaire probabilmente usa come fonte, come farà più avanti nella poesia, le tragedie di Euripide Le Troiane e Andromaca.

 

d’un tratto ha fecondato la mia fertile mente,
passando io per il nuovo Carosello. E’ cresciuta,
Parigi: è un’altra, ormai (ah, più volubilmente
del cuore d’un mortale una città si muta!);

e io solo in ispirito quel campo di baracche
rivedo, e l’erbe, i mucchi delle colonne cieche,
i macigni chiazzati di verdognole zacchere,
i bazar dalle ingombre luccicanti bacheche.

 

Scorcio del Carosello al Sacro Cuore nel XIX° secolo, più o meno come deve averlo visto Baudelaire

Baudelaire associa l’immagine di Andromaca a quella che vede visitando il nuovo Carosello, una parte della città che ricordava diversamente. Come la donna, ora schiava, ricorda con dolore la sua vita precedente, il poeta, che si sente prigioniero di una città che non riconosce e non comprende più, non può fare altro che rievocare nella mente i paesaggi conosciuti, che ormai sono scomparsi.
Entra qui uno dei temi portanti di tutta la lirica di Baudelaire, cioé la modernità e l’età industriale viste come progressivo degrado di un passato considerato invece come idilliaco, in cui l’uomo aveva legami più stretti con la natura e il suo spirito.
Tutto quello che Baudelaire vede “solo in ispirito”, cioé con gli occhi della memoria, ha legami evidenti con la natura e il passato remoto; si guardi solo alla scelta dei termini usati: baracche, erbe, colonne, macigni, verdognole zacchere, bazar, luccicanti bacheche.
Sono tutte parole che volutamente eludono nessi logici con la modernità.

 

Là, dove s’attendava già un serraglio, un mattino
vidi, nell’ora in cui il Lavoro si desta
sotto un cielo lucente e freddo, e lo spazzino
alza nell’aria tacita una fosca tempesta,

vidi un cigno che, evaso dalla gabbia, sfregava
con i piedi palmati le scabre selci, e tutto
il candido piumaggio al suolo trascinava;
il becco protendendo a un rigagnolo asciutto,

bagnava nella polvere inquietamente l’ali
e diceva, il bel lago nativo rimpiangendo:
“Acqua, non piovi dunque? folgore, tu non cali?”
Questo infelice io vedo, mito strano e tremendo,

 

Arriviamo dunque al cigno. Come Andromaca, come Baudelaire, anche questo maestoso uccello ha perso qualcosa nel passato, qualcosa che non può recuperare. Fuggito da un giardino zoologico (serraglio), cerca il lago che conosceva, non a caso definito “nativo”, per consolidare il legame con Andromaca che lascia la patria natìa. La drammaticità della scena è resa magnificamente dalla scelta dei termini che descrivono il contesto: il cielo è “lucente e freddo” (Baudelaire, come fa spesso, utilizza una sinestesia per aumentare il senso di angoscia nel lettore) e lo spazzino alza una “fosca tempesta”.
Come l’Albatro già descritto nella prima parte dei Fleurs du Mal, il cigno è un animale goffo e disarticolato fuori dal suo ambiente naturale, in questo caso l’acqua. Cerca inutilmente un lago che non c’è e si trascina nella polvere. E’ l’allegoria perfetta del poeta, che come lui si trascina attraverso la mediocrità e la decadenza di una modernità nella quale non può “nuotare”, perché è stato costruito per scivolare sull’acqua, o per volare nei cieli come l’albatro. Baudelaire rivede sé stesso in quell’animale, che maledice la sorte, maledice persino la divinità per avergli sottratto l’acqua, che gli è necessaria come all’artista è necessaria la Bellezza, l’Idèal. L’utilizzo della parola folgore è un altro richiamo alla poesia L’Albatro, dove veniva utilizzata per descrivere la dimora dell’artista (nel cuore della folgore).

 

talora, come l’uomo d’Ovidio, verso il cielo
azzurro, verso il muto implacabile scherno
del cielo azzurro, torcere dal collo il capo anelo,
quasi a Dio rivolgesse un rimprovero eterno!

 

Statua di Ovidio, autore delle “Metamorfosi”

Il riferimento è al mito di Prometeo così come descritto nelle Metamorfosi di Ovidio. Il cigno volge lo sguardo al cielo che non gli vuole concedere il dono della pioggia, così come faceva l’uomo nei tempi in cui un giovane Zeus iniziava il suo dominio sul creato, pregando per una saetta che gli portasse il fuoco. L’uomo era l’unico essere che poteva volgere lo sguardo alle stelle e comprendere la natura della divinità: questo commosse Prometeo al punto da convincerlo a ingannare Zeus per ben due volte, perché l’uomo avesse il fuoco e la donna per riprodursi. Pagherà molto caro questo affronto.
L’abilità di Baudelaire sta nel rievocare la vicenda in un solo verso, per poi farne l’immagine portante di tutto il passo, trasferendo questo sentimento di rivalsa verso la divinità al cigno, e la commozione provata da Prometeo agli occhi del poeta, che, però, al contrario del titanide, nulla può fare per essere d’aiuto. Sotto quel cielo che li irride, negando la pioggia, l’artista e l’animale sono ugualmente impotenti.

 

Parigi è un’altra, ma la mia malinconia
non cangia, e in ogni cosa- vecchi sobborghi o insigni
palazzi, pietre o travi- scopro un’allegoria;
e i miei cari ricordi pesan come macigni.

 

Ecco lo Spleen, che subito si insinua nella mente del poeta non appena la Bellezza, l’Idèal, si presenta come irraggiungibile. Si noti la variazione improvvisa di registro: irrompono termini legati alla modernità, alla città, all’intervento umano sul paesaggio (sobborghi, insigni, palazzi, pietre, travi). All’interno di questo paesaggio opprimente, all’artista restano solo allegorie e ricordi, la Bellezza è persa nel passato e, nella mente, opprime allo stesso modo dello squallore all’esterno, perché al centro di questa tensione, tra l’incudine e il martello, c’è proprio lui, il poeta.

 

Così dinanzi a questo Louvre torna, e m’opprime
l’immagine del cigno, del mio gran cigno bianco
dai gesti di demente, ridicolo e sublime
come gli esuli, morso da un cruccio avido il fianco;

 

Baudelaire si è allontanato dal Carosello e ora è al Louvre, ma l’immagine del cigno non l’ha abbandonato. Siamo ancora all’interno della lacerazione causata dalla sete di Bellezza in un deserto estetico come la città moderna. Nel terzo verso, per aumentare la carica drammatica, il poeta utilizza un ossimoro, accostando i termini “demente” e “ridicolo” a “sublime”: il malessere si sta lentamente tramutando in follia. Un “cruccio avido” morde lo scrittore al fianco: si tratta sempre dello Spleen, che veniva identificato con la bile nera prodotta dalla milza, come nella medicina dell’antica Grecia.

 

e a te ripenso, Andromaca, che sogni genuflessa
presso un sepolcro vuoto, strappata via dal seno
d’un gran sposo per essere dell’empio Pirro oppressa:
ahimé, vedova d’Ettore e consorte d’Eleno!

 

Incisione raffigurante Virgilio da giovane (autore ignoto)

Torniamo alla figura di Andromaca, in un passo che concentra suggestioni letterarie di diversa provenienza. Il riferimento alla donna genuflessa presso il “sepolcro vuoto” è tratto dall’Eneide di Virgilio, precisamente al Libro III, nel quale Enea incontra Andromaca con il suo terzo sposo, Eleno, a Butroto. Siamo in un momento ancora posteriore della vita della donna: infatti, dopo aver sposato Neottolemo (anche chiamato Pirro, come in questo caso) e avergli dato un figlio (Molosso), Andromaca viene coinvolta nelle trame di Ermione, la figlia di Menelao, che voleva Neottolemo per sé. Ma Ermione era stata promessa in sposa a Oreste da Tindaro (il nonno di lei, padre di Menelao). Così Oreste, tramite un audace tranello, riesce a far uccidere Neottolemo presso Delfi e ad avere Ermione per sé, liberando allo stesso tempo Andromaca. Con le sue ultime parole, quasi a volersi redimere, Neottolemo assegna Andromaca a Eleno, uno degli ultimi discendenti di Troia, famoso eroe e indovino che era passato dalla parte degli Achei.
Tutto questo viene narrato nelle tragedie di Euripide, che vi consiglio di leggere per avere una maggiore comprensione di riferimenti troppo complessi per essere esauriti in un paragrafo.
Baudelaire, quindi, ci mostra un’Andromaca spossata, che già provata al limite dalla brutalità di Neottolemo, è ora maritata a un uomo che non ama, che ha sposato perché costretta. Così, a Butroto, seppur regina, piange sul cenotafio di Ettore, l’unico uomo che abbia mai amato e che non potrà mai più stringere. Così come al cigno manca l’acqua e al poeta la Bellezza.

 

Penso alla negra scarna che la tisi consuma,
e che con occhio torvo, andando nella mota,
ricerca dietro il muro immenso della bruma
i superbi palmizi dell’Africa remota;

 

Ritratto del filosofo e scrittore svizzero Jean-Jacques Rousseau

Inizia qui un “canto degli esuli e dei vinti” che proseguirà per altre due strofe, fino al termine della poesia. La nostalgia di Andromaca viene trasferita su un’immigrata malata nella Parigi moderna, ma il salto a un registro “basso”, che come sempre in Baudelaire denota il salto alla modernità, è evidente.
Solo nell’ultimo verso abbiamo termini riferibili alla poesia “alta” (superbi, remota), ma si sta parlando dell’Africa, di un continente incontaminato. Si sta già sviluppando in poesia il mito del “buon selvaggio” di Rousseau, che poi sarà meglio approfondito da Rimbaud in Una Stagione all’Inferno.

 

a chiunque ha perduto ciò che non si ritrova
mai più, mai più! agli esseri, di lacrime nutriti,
che, generosa lupa, l’Angoscia allatta e cova,
ai magri orfani simili a fiori inariditi!

 

Lo scrittore, poeta e giornalista americano Edgar Allan Poe

Al di là del chiaro riferimento ironico alla lupa capitolina, che viene qui ribaltata in una lupa che incarna l’angoscia e allatta tutti gli esuli, è da notare la citazione di Edgar Allan Poe. Quel “mai più, mai più” è un omaggio all’autore che Baudelaire amava più di ogni altro, cioé lo scrittore americano autore de “Il Corvo”, poesia da cui è tratta questa citazione. Anche nella poesia di Poe, il protagonista è tormentato da un corvo che sembra incarnare il suo dolore per la perdita di Leonora, un amore perduto anni addietro. In una sola notte, tutta l’ostentata tranquillità di un placido uomo di mezz’età viene sconvolta da nient’altro che un uccello penetrato in casa, che con un semplice verso fa riemergere ossessioni e lutti sepolti nell’inconscio.

 

Così nella foresta dove esiliar mi voglio
soffia un vecchio Ricordo nel grande corno ognora!
Io penso ai marinai scordati su uno scoglio,
ai prigionieri, ai vinti, ad altri, ad altri ancora!

 

Lo scrittore, poeta e filosofo americano Henry David Thoreau

Ancora il rifiuto della vita in città e della modernità, con l’esaltazione della vita solitaria nella natura. E’ possibile che Baudelaire avesse letto (e apprezzato) le opere di Thoreau, soprattutto Walden, uscite 10-15 anni prima dei Fleurs du Mal, anche se non è possibile stabilirlo con certezza; certo, un riferimento così preciso alla “vita nei boschi”, sottotitolo all’opera dell’americano, è sospetta.
Ma anche al centro della foresta, solo e in esilio, non si può sfuggire alla nostalgia, alla compassione, allo Spleen. Non si può in definitiva fuggire da sé stessi, ma solo cantare il dolore e l’empatia per gli sconfitti che portiamo nel cuore. Questo fa Baudelaire, nello stesso modo sublime in cui il suo cigno annaspava nella polvere.

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