giacomo leopardi
Il famoso ritratto di Giacomo Leopardi realizzato da Ferrazzi.

Non ho la pretesa di esaurire in un solo articolo tutto quello che ci sarebbe da dire sulle Operette Morali di Giacomo Leopardi: si tratta di un’opera così variegata, profonda e innovativa per il suo tempo, che una sua analisi approfondita richiederebbe un saggio più lungo delle Operette stesse. Mi propongo quindi, con questo approfondimento, semplicemente di spiegare perché questo libro andrebbe letto e perché non dovete assolutamente privarvi del piacere di conoscerlo.
Le Operette sono un’opera in prosa, composta per lo più di dialoghi in stile satirico e novelle brevi, oltre che da arguti esperimenti pseudo-letterari, dove di volta in volta Leopardi si cimenta con generi a lui lontanissimi, come ad esempio il saggio breve o la parodia. Lo stile è molto simile a quello della satira menippea e dei Dialoghi dei Morti di Luciano di Samosata, autore dell’antica Grecia a cui certamente il poeta di Recanati si è ispirato. Altri scritti contenuti nelle Operette, invece, sono più vicini al gusto degli illuministi e ricordano il Candido di Voltaire (che tra l’altro è citato più volte nell’opera).
Pur mantenendo sempre un stile ironico e “leggero”, che tende a non prendersi mai troppo sul serio, le tematiche di fondo delle Operette sono invece molto profonde. Insieme, formano un vero e proprio “corpus” filosofico, che, seppure frammentato, incompleto e a volte persino paradossale, mantiene una sua coerenza lungo tutto il corso dell’opera. Si tratta di qualcosa che, all’epoca di Leopardi, non aveva precedenti nella letteratura italiana e che in parte spiega l’accoglienza fredda da parte del pubblico e dei critici.

Copertina dell’edizione Starita del 1835

I ventiquattro scritti che compongono le Operette attraversano tutti i temi cari al poeta di Recanati. A partire dal materialismo e dall’irrisione dell’antropocentrismo cristiano (La Scommessa di Prometeo, Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, Il Copernico, Dialogo della Terra e della Luna), all’apologia del rischio come antidoto al taedium vitae (Dialogo di Colombo e Gutierrez, Storia del Genere Umano), la critica feroce alla modernità contrapposta allo splendore dell’antichità (Dialogo di Ercole e Atlante, L’Accademia dei Sillografi), la crudeltà della Natura (Dialogo della Natura e di un Islandese). Questi sono solo alcuni degli argomenti toccati da Leopardi.
Ma il nucleo centrale del pensiero dell’autore è come sempre il pessimismo assoluto, l’infelicità vista come stato naturale dell’essere vivi, dal momento che la felicità è irraggiungibile per l’essere umano. Più volte Leopardi ci ricorda come l’uomo non sia attaccato alla vita, ma alla felicità che egli spera di ottenere in questa esistenza e che non ottiene mai, desiderando un piacere infinito in un mondo fatto di limiti. Anche laddove otteniamo ciò che desideriamo, subito subentra un nuovo desiderio o il morso doloroso del tedio, della noia che si insinua in ogni spazio libero del tempo. Sono questi i temi delle operette più profonde, che per citare lo stesso autore ci mostrano come “la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso”: Dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie, il Venditore di Almanacchi, ma soprattutto il trittico formato dal Cantico del Gallo Silvestre e i due dialoghi tra Plotino e Porfirio e tra Tristano e un amico.

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Ritratto proto-fotografico di Leopardi, probabilmente realizzato negli anni ’30 del XIX secolo

Questo male di vivere, che Leopardi analizzava quotidianamente nello Zibaldone, è espresso nelle Operette in maniera concisa, netta, irrevocabile. Solo la ragione permette all’uomo di rendere appena sopportabile l’esistenza e il genio è l’unico strumento di consolazione in uno stato a cui (anche qui l’autore è irremovibile) è quasi sempre preferibile la morte. Morte che significa assenza di dolore, termine del calvario quotidiano di piccoli e grandi dispiaceri, che tolleriamo perché la religione o il timore dell’ignoto ci fanno “preferire al porto la tempesta”. Più volte Leopardi si sofferma a considerare come il sonno sia necessario non tanto al riposo, quanto all’interruzione anche momentanea dell’esistenza, che retta troppo a lungo diverrebbe insostenibile. Sonno come assaggio delle voluttà della morte, della non-esistenza.
Anche il tema del suicidio è largamente esplorato, soprattutto nel Porfirio e Plotino.
In quel lungo dialogo tra maestro e discepolo, il poeta recanatese giunge alla conclusione che, per quanto la morte sia e resti più desiderabile della vita, togliersela con le proprie mani rientri in una forma di egocentrismo deprecabile. Per quanto filosoficamente debole (lo amette lo stesso Leopardi) l’appiglio degli affetti, delle responsabilità che abbiamo verso gli altri e del dolore che andremmo ad aggiungere a vite già per definizione dolorose, è l’unica ancora che ci tiene aggrappati alla nostra esistenza.

Luciano di Samosata, autore satirico greco, vissuto nel II° secolo d.C.; Leopardi si ispirò ai suoi “Dialoghi dei Morti” per le “Operette Morali”

Ma non tutto è cupo nelle Operette. Molti degli scritti, pur celando il medesimo cinismo degli altri, sono davvero spassosi, specialmente se avete dimestichezza coi classici greci e latini, da cui il poeta attinge a piene mani. A parte i già citati Ruysch e le mummie e Accademia dei Sillografi, è da segnalare la pseudo-biografia di Filippo Ottonieri (personaggio inesistente nel quale Leopardi riversa sé stesso). Ricca di motti di spirito e di osservazioni argute, termina con un epitaffio che è al tempo stesso una satira sul XIX° secolo e una parodia dei letterati italiani, incluso l’autore.
Di tono diverso (più seriosa) ma altrettanto piacevole la lettura del saggio breve Del Parini, ovvero della Gloria, nel quale Leopardi veste i panni di Giuseppe Parini per dare “consigli” a un giovane autore. In realtà, si tratta di un lucida analisi dello stato della letteratura ottocentesca (ma ampiamente applicabile a quella odierna), che non mira solo a formare lo scrittore, ma anche e soprattutto il lettore. Si coglie come il poeta evidenzi tutte le mancanze che noi abbiamo come fruitori di un’opera letteraria, mascherandole da consigli a chi si appresta a scrivere qualcosa. Come nell’Ottonieri, inoltre, attraverso la distanza dissimulata, si possono cogliere gli elementi più genuini e spontanei del Leopardi, che grazie alla maschera letteraria poteva mettere a nudo la sua interiorità.

Il patriota e successivamente senatore del Regno d’Italia Antonio Ranieri

A differenza dei Canti, che Leopardi compose nel corso di tutta la sua vita, le Operette furono quasi interamente concepite nel 1824, ovvero subito dopo il breve “periodo romano”, così infelice per il poeta (a questo proposito vedi la Biografia). Dei 24 componimenti che compongono il libro, solo cinque furono scritti dopo il 1824, anche se man mano lo scrittore non mancava di aggiornare e correggere quanto già scritto, o di cambiarne l’ordine. La prima edizione delle Operette è del 1827 (ma esiste uno scritto autografo di Leopardi che testimonia come già si preparasse alla stampa nel 1824): da lì in poi, l’opera ebbe una storia editoriale piuttosto travagliata a causa della censura. Furono ripubblicate nel ’34 (Piatti, Firenze), ma mancanti del Copernico e del Porfirio (due tra i dialoghi più controversi) e con una nota del censore a margine della Storia del Genere Umano; di nuovo uscirono nel ’35 per Starita (Napoli) ma massacrate dalla censura che ne salvò solo 13 su 24; infine, nel ’45, Antonio Ranieri riuscì a farle pubblicare integralmente dal Le Monnier (Firenze).
Le edizioni moderne contengono tutte le note al testo scritte da Leopardi stesso, che di per sé stesse costituiscono un elemento di grande interesse. Grazie a queste note, possiamo sapere cosa il poeta leggesse e cosa gradisse maggiormente, cosa lo avesse influenzato: ne emerge un ritratto di un lettore estremamente avido, che conosceva a menadito i classici greci e latini, ma si impegnava anche nella lettura dei contemporanei e della letteratura scientifica dell’epoca. Anche la vastità delle citazioni dotte presenti all’interno delle Operette è impressionante e nello stesso scritto Leopardi è capace di citare oltre una decina di autori diversi (soprattutto classici), a volte senza nemmeno prendersi il disturbo di segnalarlo, come se volesse lasciare queste gemme a beneficio del lettore erudito che le scovasse.

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Ritratto di Giacomo Leopardi realizzato postumo, sulla base della maschera mortuaria

Quando anche, però, la vostra preparazione fosse diversa, il mio consiglio è di non lasciare le Operette Morali sullo scaffale di qualche libreria. Anche se la vostra opinione sulla vita e sulla felicità fosse diversa da quella di Leopardi, il solo valore stilistico dell’opera ne giustifica la lettura. Il solo piacere della prosa leopardiana eguaglia quello dello sua poesia e, anzi, dove i Canti per la loro potenza lirica richiedono un’esegesi più profonda, le Operette rendono il pensiero dello scrittore più accessibile. Considerate anche che le oltre 4500 pagine dello Zibaldone si sono riversate in gran numero, debitamente distillate, in questo libro, raggiungendo una densità critica, brillante come una piccola stella filosofica. Non vi ho ancora convinto? Leggete le Operette, vi convincerà Leopardi.

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