Lo scrittore russo Lev Tolstoj

Sonata a Kreutzer fa parte della tarda produzione di Lev Tolstoj, ovvero della “seconda metà” della vita dell’autore in seguito alla conversione a una sorta di integralismo cristiano, che l’aveva profondamente cambiato. Questo scrittore non è più il Tolstoj di Guerra e Pace, così innamorato della vita e immerso nelle passioni umane, e nemmeno quello di Anna Karenina, anche se già lì si intravedeva la trasformazione, nel personaggio di Levin. Nella Sonata a Kreutzer abbiamo a che fare con il Tolstoj più intransigente, con il predicatore che nasconde l’artista e non più viceversa. Non a caso, la Sonata è certamente tra i romanzi più conosciuti (se non il più celebre) di questo “secondo ciclo”.
Nonostante le tesi radicali esposte nel libro (ne parleremo più sotto), il pubblico accolse con grande entusiasmo la Sonata a Kreutzer. In parte perché ormai Tolstoj era diventato un’istituzione della Russia di fine ‘800 (veniva soprannominato “il secondo Zar”), in parte perché, trattandosi di un dramma coniugale, c’era la curiosità morbosa di spiare nel privato dello scrittore, che da tempo (ed era risaputo) viveva da separato in casa con la moglie Sonja. A Tolstoj, tutto questo non importava: si era liberato dei suoi averi, aveva rinunciato ai diritti su tutte le sue opere posteriori al 1881 e lasciava gestire alla moglie in tutto e per tutto le questioni amministrative che riguardavano la sua produzione letteraria. Conduceva una vita solitaria, isolato in campagna in assoluta semplicità, conformemente alla concezione massimalista che aveva del Vangelo. L’unica cosa di suo interesse era comunicare il messaggio alla base del suo romanzo e, quando fu in dubbio sulla sua efficacia, scrisse di suo pugno una postfazione dove chiariva in modo esplicito, punto per punto, il suo pensiero (anche di questo parleremo più sotto).

Tolstoj con la moglie, Sòf’ja Andrèevna Bers, soprannominata Sonja

Ma andiamo con ordine. A livello di trama, la Sonata a Kreutzer non è nulla di particolarmente originale. Si tratta di una novella breve, incentrata su un uomo, Pozdnyšev, che ha ucciso la moglie in seguito a un tradimento (o presunto tale). Tutta la storia viene raccontata in flashback dallo stesso protagonista, a un altro passeggero anonimo, che è colui che scrive in prima persona e riporta la vicenda, appunto, come mero testimone. Nonostante la doppia maschera narrativa (uno scrittore anonimo che riporta le parole di un personaggio immaginario) non è difficile scorgere lo stesso Tolstoj in Pozdnyšev, soprattutto nella prima parte del romanzo, che pare strutturata come un saggio.
La vicenda dell’omicidio vero e proprio, infatti, è preceduta da un lunghissimo preambolo, nel quale in sostanza il protagonista descrive la storia della sua vita dal momento in cui ha iniziato a interessarsi alle donne in poi. Anche qui, niente di particolarmente straordinario per un uomo della Russia del XIX° secolo: la frequentazione dei bordelli in gioventù, poi il matrimonio con un’avvenente ragazza, quasi una sconosciuta di cui però si era invaghito, il matrimonio, le liti, la passione, i figli. Tutto questo precede il vero intreccio narrativo, che sarà poi la miccia dell’omicidio. Ciò che lo rende interessante è il peculiare punto di vista di Pozdnyšev su tutta la sua vita, che egli racconta come una discesa nella corruzione e nell’abiezione, culminata con l’omicidio della moglie. La giustizia terrena l’ha assolto (ai tempi di Tolstoj il delitto d’onore era lecito), ma egli è fermamente convinto di essere l’unico colpevole di ciò che è successo e che con la sua colpa, accumulata in anni di peccati turpi, abbia corrotto anche la moglie.

San Matteo in un quadro del Caravaggio. La maggioranza delle suggestioni religiose alla base della Sonata a Kreutzer vengono dal suo Vangelo

In questa prima parte, è in realtà Tolstoj che parla. Anzi, che predica: espone in modo lineare, ininterrotto, il suo pensiero, tanto che spesso la narrazione ne risulta spezzata e lo stesso protagonista deve faticosamente riprendere il filo del discorso. Pozdnyšev (e quindi Tolstoj) è categorico nel considerare il rapporto carnale come l’origine di tutti i mali dell’uomo e solo una vita di assoluta castità, anche e soprattutto all’interno del matrimonio, l’uinico mezzo attraverso cui avvicinarsi a una società perfetta. Vi è un rifiuto integrale delle scienza medica, vista come una setta di degenerati al servizio delle inclinazioni più turpi degli uomini, che con l’aborto e la contraccezione hanno persino negato il disegno divino. La condizione virginale della donna viene esaltata, mentre ogni atto di passione viene ritenuto una “caduta” sul percorso che avvicina al Cristo. Infine, la tesi più spietata: l’amore passionale non esiste, esiste solo l’amore per Dio e tutto il resto è solo attrazione carnale.
Pozdnyšev racconta tutto questo in prospettiva, narrando la sua vita che invece era esattamente l’opposto. Il passato da “puttaniere” (letterale nel testo) ora viene visto come la complicità in un sistema che corrompe e distrugge le donne, usate come schiave dagli uomini. Le liti matrimoniali, che chiunque considererebbe normali, ora sono per il protagonista il risultato naturale della violenza che egli usava sulla moglie costringendola a rapporti “innaturali” durante la gravidanza e l’allattamento. Tutta la sua esistenza viene esposta sotto una nuova luce, dove questa discesa agli inferi pare scorrere sui binari imposti da una società interamente degenerata fino al midollo.

Ritratto del musicista Ludwig van Beethoven

Si arriva quindi alla fase che precede il climax narrativo. Nella vita matrimoniale di Pozdnyšev, già massacrata dalle liti, irrompe un giovane musicista, un russo rientrato a Mosca da Parigi. Non poteva capitare nel momento peggiore, visto che la moglie del protagonista è stata consigliata dai medici (ancora la scienza contro la fede) di non avere più figli e quindi si dedica anima e corpo alla vita mondana. Lei è una pianista, il giovane un violinista di fama. L’incontro pare fatale e infatti i due si incontrano, suonano insieme, si piacciono. Tutto questo avviene sotto gli occhi impotenti del marito, che, anzi, incoraggia quel duo musicale quasi per puntiglio, per non concedere a una moglie che in fondo odia nemmeno la sua gelosia.
L’uomo vive dilaniato dai sospetti e inoltre non si capacita di come una donna che disprezza così profondamente possa ancora suscitare le sue passioni più violente. Sprofonda nel dolore, finisce per litigare furiosamente con la consorte per poi riappacificarsi nel talamo e infine acconsente a un concerto pubblico. Lì, sentendoli suonare insieme la Sonata a Kreutzer di Beethoven, in una perfetta armonia e complicità, avrà la certezza che il tradimento è compiuto, almeno sul piano spirituale.
Non voglio rivelare i dettagli dell’omicidio, per non privarvi del piacere di leggere la parte finale di questo romanzo, che è straordinaria. Ma si può dire che l’omicidio nasca nella mente di Pozdnyšev già la sera in cui sentì la Sonata a Kreutzer. La stessa sera in cui quella musica di Beethoven gli aveva sovvertito l’anima, facendogli provare “sentimenti mai provati prima” e acuendogli i sensi in qualche modo, quasi fosse un trampolino per toccare l’invisibile. O meglio, per sfiorare appena ciò che la moglie e il giovane invece condividevano in segreto, e di cui lo privavano crudelmente.

Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. Fu tra i più feroci detrattori di Tolstoj

In questa seconda parte del romanzo finalmente vediamo il vero Tolstoj. Smessi i panni del predicatore, risolve la trama con una profondità di osservazione dei comportamenti umani unica. Tutti gli sconvolgimenti psicologici ed emotivi di Pozdnyšev sono resi alla perfezione, e non è escluso che provengano dal privato stesso dello scrittore, che viveva una situazione simile con la moglie. Tutta la seconda parte ha anche un “passo” narrativo diverso, più agile, più lirico e meno didascalico. Come se lo scrittore, esaurita l’esposizione della sua teoria, volesse ora mostrarci gli effetti pratici della corruzione di cui parlava. Inutile dire che, a prescindere da come la si pensi, la resa stilistica è impeccabile.
Ma, per l’appunto, non molti la pensavano come Tolstoj. E la postfazione con cui cercò di spiegare meglio le sue convinzioni estremiste non ebbe fortuna, anzi fu accolta decisamente peggio del romanzo stesso. Sia Dostoevskij che Gor’kij lo criticarono, ma il suo maggior detrattore fu certamente il filosofo tedesco Frederich Nietzsche, che lo prese come modello negativo (“una contraddizione vivente”) nella sua Genealogia della Morale. Le critiche di Nietzsche, anche a un occhio meno acuto, non paiono infondate e le contraddizioni della Sonata sono evidenti. Pur facendosi paladino dell’emancipazione femminile dalla violenza maschile, Tolstoj non manca di tratteggiare un personaggio femminile assolutamente bidimensionale, che manca di tutta la profondità donata invece a Pozdnyšev. Del resto, traspare chiaramente come lo scrittore non sia affatto interessato all’emancipazione della donna, che viene comunque vista come un recipiente neutro che l’uomo può riempire con la virtù o con il vizio, quasi come non avesse volontà propria. Quando la moglie Sonja disse che il marito aveva scritto la Sonata “con cattiveria”, probabilmente aveva ragione. Al di là delle speculazioni di carattere religioso e filosofico, Tolstoj non è riuscito a nascondere l’assoluto disprezzo che aveva per le donne in generale, e probabilmente per la sua in particolare.

Ritratto di Tolstoj del 1887

Il personaggio femminile principale viene tratteggiato come una donna in balìa di qualunque sollecitazione esterna, di qualunque carattere, ma soprattutto di quelle erotiche e sentimentali. Ne esce un ritratto assolutamente negativo, di una persona che non riesce a elevarsi spiritualmente perché risponde alla materia in modo meccanico, come appunto un oggetto. Questo personaggio non è bilanciato da un personaggio femminile positivo: non c’è nessun altro personaggio femminile di rilievo, ovvero per Tolstoj questa condizione è archetipica e tutte le donne sono così.
Dall’altro lato abbiamo il marito, che ha una caratterizzazione profonda in virtù del fatto che egli altro non è che Tolstoj stesso messo su pagina. Ma Pozdnyšev non uccide la moglie in base a qualche dogma evangelico, o per sollevarla dal suo stato corrotto (la sua conversione avverrà dopo, in prigione). Lo fa perché si sente escluso dall’affermazione della sua donna, che si realizza attraverso un altro, e perché privato del piacere di disporre della sua compagna: niente di più materiale di questo. La successiva vita spirituale viene vissuta con la stessa irruenza e intransigenza della sua gelosia e (guardacaso) lo conduce a negare a chiunque ciò che è stato negato a lui in primo luogo. Per questo, forse, pubblicare quella noiosa postfazione ha portato troppo allo scoperto Tolstoj, che se avesse lasciato il fondamentalismo evangelico nella testa di Pozdnyšev, avrebbe dipinto un eccellente dramma psicologico, con un finale straordinario. Ma alla fine non ha potuto fare a meno di rivendicare quel pensiero, di farsi predicatore e non artista. Questo è il difetto più grave della Sonata a Kreutzer, forse l’unico in un romanzo così dannatamente bello da leggere, che alla fine lo si legge lo stesso.

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