ultimo canto di saffo autografo
Scritto originale di Leopardi, con la stesura preliminare dell’Ultimo Canto di Saffo. In alto a sinistra, come sempre, il poeta annota il tempo occorso per scriverla

Gli strumenti della poesia, ormai giunto alla sua terza edizione, è il “minore” dei due manuali di metrica del filologo Pietro G. Beltrami. Si tratta infatti di una versione “più cordiale e diversamente orientata” (sono queste le parole dell’autore) della sua opera più conosciuta, La metrica italiana. Il titolo scelto per questo libro può risultare fuorviante a chi non conosca l’autore o la materia trattata, dal momento che tratta di uno strumento in particolare del fare poesia, cioé, per l’appunto, la metrica. Non è una sorta di “introduzione alla poesia” per principianti, come si potrebbe pensare in un primo momento; anzi, è un volume che dà per scontata una conoscenza già ampia della storia della lirica italiana, che approfondisce, piuttosto che introdurre.
Il saggio di Beltrami si rivolge più all’appassionato di poesia, al filologo e al bibliofilo che non al poeta in erba, che può comunque trarre grande giovamento dalla sua lettura, visto che è sempre bene avere radici solide. Il focus del volume è totalmente diretto alla metrica, alle sue figure e alla sua evoluzione nel corso della storia letteraria italiana. L’autore parte dalle basi (sillabazione e accentazione), per poi addentrarsi nel cuore della materia: il verso e le sue tipologie, le strutture strofiche, le forme della poesia lirica e discorsiva. Ai capitoli puramente “tecnici”, sono alternati capitoli che seguono l’evoluzione di questi strumenti durante il tempo, partendo dal Duecento, quando si iniziò a codificarli.

Lo scrittore, filologo e professore universitario Pietro G. Beltrami

Naturalmente, ci si chiede, da profani, perché occuparsi di metrica in un periodo in cui la quasi totalità della poesia è in versi liberi. La risposta, che in un certo senso viene data dallo stesso Beltrami nel suo libro, è che conoscere le strutture regolate della poesia del passato permette di apprezzare maggiormente la versificazione libera contemporanea, che nacque proprio in rottura con la tradizione imperniata sulla metrica (e che qualche volta la resuscita per nostalgia). E’ piuttosto ridicolo leggere della lirica che nasce da una frattura, se non si conosce contro cosa si stavano rivoltando i pionieri del verso libero.
Inoltre, in una forma letteraria come la poesia, in cui la forma è anche sostanza, conoscere le strutture e le forme metriche è indispensabile per apprezzare appieno la letteratura del passato. Tutte le scelte in materia di strutture strofiche, di versificazione, persino di sillabazione, compiute da autori fondamentali come Petrarca, Dante, Ariosto o, più recentemente, Carducci e Pascoli, hanno sempre ragioni strettamente legate al sottotesto, o a un messaggio aggiuntivo che si vuole veicolare. I grandi autori non vedevano la “gabbia” del metro come un limite, ma piuttosto come uno strumento ulteriore di espressione e le loro scelte non sono mai casuali, ma sempre dettate da una logica. A un lettore completamente digiuno della materia metrica, questa logica apparirà incomprensibile, impedendogli di calarsi pienamenti nelle loro opere.

Dante
Affresco del Duomo di Orvieto raffigurante Dante Alighieri

Gli strumenti della poesia, che ha un tono decisamente più divulgativo rispetto al suo “fratello maggiore” dello stesso autore, è un’ottima scelta per chi volesse avvicinarsi per la prima volta a questo mondo. Anche senza imparare a menadito tutti i tecnicismi e le classificazioni, una lettura superficiale del saggio consente di capire molto meglio sia Dante che Petrarca (i due autori su cui Beltrami si sofferma maggiormente). Inoltre, il libro ha il pregio di riconoscere il giusto valore ad autori spesso ingiustamente sottovalutati o dimenticati, come Bembo, Chiabrera, Metastasio, Parini e molti altri.
Di grande interesse anche il capitolo dedicato alla metrica greca e latina, e ai tentativi che sono stati fatti in letteratura italiana (fin dal ‘500) per trasporla nel nostro idioma. Beltrami fa una breve introduzione alle due metriche classiche, senza ovviamente scendere nei particolari (richiederebbe un intero saggio a parte), ma descrivendo comunque in maniera chiara alcune tra le principali forme di versi e strofe (esametro e pentametro, la strofa saffica, asclepiadea e alcaica). L’autore spiega quindi come diversi autori hanno tentato di “tradurre” queste forme in versi regolari italiani, fino ad arrivare ai “metri barbari” di Carducci. Già nella descrizione delle forme strofiche regolari italiane, comunque, Beltrami cita con puntualità i riferimenti classici (ad esempio Orazio per l’ode).

Il poeta Edoardo Sanguineti, scomparso nel 2010

Concludono il saggio alcuni capitoli dedicati alla poesia moderna e contemporanea, dove viene chiarito come (paradossalmente) anche il verso libero richieda un suo “metro” e come molti autori del XX° secolo abbiano strizzato l’occhio alle forme classiche. Citando Montale, Pavese o Sanguineti, Beltrami mostra come, per fiorire, la poesia debba avere le radici affondate nel suo passato. Chi non comprende “gli strumenti della poesia”, difficilmente potrà comporre della lirica di qualità, proprio perché l’assenza della “gabbia” metrica significa anche assenza di qualunque punto di riferimento formale in uno spazio in cui la forma è parte sostanziale del contenuto. E’ facile perdersi, ma fortunatamente il libro di Beltrami è un’ottima bussola per naviganti alle prime armi.

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